di Chiara Poggio
Se Orfeo davvero si è voltato per poter perdere Euridice, per poterla piangere nei suoi poemi… ha avuto più senso il suo canto o ne avrebbe avuto di più la vita perduta? Anna non fugge la vita reale, non preferisce la scrittura a un uomo. Scrive perché ha bisogno di vita, e ora la vita è dentro più che fuori.
Aprile 18, 2007 alle 9:19 am |
Mi è piaciuto il tuo racconto. La tua domanda su Orfeo è l’interrogativo principale di ogni scrittura. Ma se Euridice fosse non la donna amata, bensì la scrittura, o meglio ciò che nella scrittura v’è di autentico, di profondamente aderente all’io (quello che tu indichi come bisogno di vita), allora Orfeo voltandosi a guardare Euridice ha perso in realtà proprio quello spazio vitale dello scrivere che cercherà in tutti i modi di recuperare componendo versi. La scrittura nasce da un distacco primordiale dell’io da se stesso e si sviluppa nella forma di un instancabile ritorno a quell’attimo fatale, tragico, in cui per brama di conoscere l’essenza di noi stessi abbiamo perso in realtà la nostra più profonda identità. Nel caso della tua Anna, si avverte il bisogno di ritrovare un proprio cammino, un’intenzionalità attiva alle cose, che si inscriva nell’intimo senza perdere il contorno dell’altro. Il grande problema della scrittura femminile sta tutto qua: nel passaggio dall’ombra alla luce di quelle risorse interiori che Anna scopre in sé.